Nel bel Paese vengono pubblicati in media 100 libri ogni giorno. Eppure, i dati sulla lettura sono catastrofici (cfr. http://www.letturaweb.net/jsp/approfondimenti/saggi/vivarelli_1_3.jsp).
Gli effetti di alcuni decenni di cura televisiva e della rovina prodotta da una politica culturale provinciale, demagogica e baronale sono sotto gli occhi di tutti. I manager dell’industria del libro (impossibile qui fare dei distinguo tra pubblico e privato) tengono in piedi un mercato ipertrofico, gonfiato, rinunciando a priori a un qualsiasi ragionamento di prospettiva, che implichi un ripensamento radicale dei loro piani.
Il cinismo e l’ipocrisia regnano incontrastati, la verità attira riprovazione e scherno.
Stando ai manager dell’industria culturale, lo scrittore è un problema, un ingranaggio superfluo e imbarazzante, se non addirittura sgradevole, all’interno del meccanismo della produzione libraria. Vorrebbero liquidarlo del tutto, e nell’impossibilità di farlo mirano a neutralizzarlo definitivamente in modo da renderlo sopportabile ai loro occhi. Gli scrittori vengono soppiantati dai ghost writers, dai collaboratori free-lance, dalle belle facce della televisione.
La maggior parte dei nuovi autori si attiene scrupolosamente al vademecum dello scrittore che è stato confezionato per loro. Viene prescritta una mescolanza equilibrata, molto post-moderna, di ironia, erudizione, narcisismo e politicamente corretto.
Scandalizzare è conveniente, purché non si facciano i nomi.
La suddetta mistura è inequivocabilmente micidiale e mortifera per la letteratura. Qualcuno sa indicarmi un solo grande libro che in passato sia scaturito dalla combinazione di questi elementi? Un solo grande scrittore che nella realizzazione della propria opera non sia stato totalmente serio, oltre che crudele verso se stesso e gli altri, spietato, addirittura morboso? Un solo grande scrittore che nel tenere in gran conto il passato e presente letterario non abbia al contempo lavorato come se gli altri libri non esistessero? Che non si sia spinto nella scrittura fino al limite estremo, senza preoccuparsi delle conseguenze sull’ipotetico pubblico? Che non abbia evitato in tutti i modi di crogiolarsi nella contemplazione del proprio ombelico?
Oggi è molto conveniente stupire per fare notizia, scandalizzare senza colpire a morte, denunciare rimanendo in superficie, senza andare mai al punto, senza essere mai diretti e radicali. Perché fare nomi e cognomi e inimicarsi qualcuno? D’altronde, anche il sottoscritto, in questa comoda invettiva, si sta tenendo sulle generali. Per riuscire a sgomitare un po’ e ottenere qualche vantaggio, è meglio una scrittura che sia sempre accattivante e rassicurante perché seriale e mediocre (anche quando dà l’impressione di essere, termine deprecabile, originale).
Svegliati, scrittore. Nessuno vuole avere a che fare con un rompicoglioni della parola scritta. (continua)