Solo una catastrofe ormai ci può salvare
Nella sua ultima intervista pubblicata sullo Spiegel, il filosofo Martin Heidegger disse: “Solo un Dio ormai ci può salvare.” Lui parlava di “un Dio”, io parlo di “catastrofe”. Forse avrei potuto scrivere “Solo un Hitler ormai ci può salvare”. Avrebbe fatto qualche differenza? Queste differenti enunciazioni non dicono forse la stessa cosa, non sono forse semplici varianti l’una dell’altra? Non sono forse tutte quante destinate a un rapido oblio? Non sono già, appena scritte, istantaneamente sputtanate in quanto eccessive, oscure, patetiche, colpevolmente kitsch. Non sono forse destinate, fin dall’inizio, a essere risucchiate nel vuoto del chiacchericcio universale? Tutto intorno a noi è encefalogramma piatto, blocco mentale cronico, opinione preconfezionata e perfettamente intercambiabile con qualunque altra, registrazione di un ronzio che gira ottusamente in loop.
Sbaglia (sapendo di sbagliare?) Saviano, quando nell’intervista riportata nel bell’articolo “Quali libri bruciare?” di Graziano Dell’Anna, dichiara: «Può darsi che il chiasso possa essere assordante. Ma mai potrà essere più assordante di quanto sia stato il silenzio. E non mi importa fino a che punto l’interesse degli editori sia quello di sfruttare una tendenza o una moda. Anche una tendenza o una moda è frutto di un clima cambiato, di una domanda che chiede di essere esaudita». Sbaglia Saviano, perché il baccano è l’orrore, perché la domanda stessa è moda, e domani la domanda è un’altra, perché il silenzio è il gesto radicale sempre più urgente; raccogliendo una provocazione dell’articolo, bruciare i libri è il gesto ogni giorno più necessario. Paradossale promozione della cultura contro la bulimia del mondo editoriale, che è riflesso della bulimia del mondo tout court.
Sbaglia Saviano, e così facendo controbilancia e subito anestetizza e svuota la seguente affermazione: «la pericolosità della parola non deriva da quel che è stato scritto, ma da ciò che viene letto». Qui Saviano ha ragione, perché chi ha ancora tempo e voglia di leggere? Chi è ancora in grado di lasciarsi spaventare dalla parola? Chi si sente ancora minacciato, messo alle strette dalla parola? Occorre disciplina e fatica per questo; occorre volontà. In giro se ne vede ben poca.
E poi, che cosa significa leggere? Oggi mi pare che la lettura possa configurarsi solo come rischio, scontro con noi stessi e gli altri, come titanico corpo a corpo, come impresa immane, tanto è il disturbo alla lettura che viene da noi stessi e dagli altri. Qui, la posta in gioco è il riscatto di noi stessi attraverso il riscatto della parola. Mi piace questa espressione, detta dal poeta Ivano Ferrari, l’autore dello splendido poemetto Macello (Einaudi, 2004), nel corso di un’intervista che considero illuminante.
Allora, vivaddio, che il libro o lo si legga o lo si bruci, che si abbia una volta nella vita il coraggio di compiere un gesto radicale, cominciando finalmente a liberare un po’ di spazio sugli scaffali invasi da tanta carta inutile!